I rossoblù del passato: Angelo Buratti, indimenticabile capitano rossoblu

Angelo Buratti , nato a Motta Visconti il 4 Luglio 1932, oggi Sambenedettese d’adozione, è un nostro giocatore simbolo che ha onorato la maglia rossoblu per tutto il periodo d’oro della prima serie B (1956-1963), sotto la presidenza del Comm. Domenico Roncarolo. A San Benedetto egli decide di concludere una bella carriera di calciatore nel 1964 collezionando ben 238 presenze, svariate volte con la fascia di capitano, mettendo a segno 35 reti.

Il suo ruolo in origine è quello di centravanti/mezzala destra, poi a fine carriera viene arretrato in mediana per essere impiegato nella fase di costruzione del gioco. Ragazzo molto tecnico, Angelo cresce nelle giovanili del Pavia ma esordisce in B con i grigi dell’Alessandria. Successivamente l’Inter, società proprietaria del cartellino lo gira al Brescia. Qui il suo destino s’incrocia con il nostro.

Corre l’anno 1956 e il presidente nerazzurro Angelo Moratti intende assicurarsi le prestazioni del talentuoso portiere rossoblu Matteucci il quale s’è appena conquistato la storica promozione in B. Nella Samb s’identifica visceralmente un’intera comunità di venticinquemila abitanti. Più che un fenomeno sportivo il sodalizio rossoblu è lo specchio di un intero paese che vuol crescere. Cionostante la capacità di spesa della società rimane irrisoria se paragonata a quella di ben altre avversarie che vantano grandi bacini d’utenza.

Ogni anno, a malincuore, si cedono i giovani migliori per poi reinvestire e poter lottare alla pari. In cambio del portierone Matteucci l’allenatore rossoblu Bruno Biagini chiede all’Inter Buratti, avendolo già selezionato da una lista di nomi redatta dall’allenatore del Brescia. Il bresciano Fattori per la verità cerca di trattenere Buratti, ma solo lui per la Samb è in possesso dei requisiti tecnici e soprattutto morali che si richiedono a un calciatore. Angelo stesso ricorda che sulle prime è stata dura accettare il rischioso trasferimento nel centro-sud, dove fare calcio, soprattutto in provincia non è affatto semplice.

Inizialmente rifiuta la proposta di lasciare Brescia ma poi ci pensa Angelo Moratti a stroncare ogni tentennamento dicendogli “O vai alla Sambenedettese o smetti di giocare!”. Lui obbedisce. Giunto a San Benedetto Buratti diventa ben presto un leader indiscusso e un beniamino dei tifosi. La buona tecnica, l’innata capacità di creare palle gol nel contesto di una squadra operaia, il rendimento costante lo trasformano in una guida dentro lo spogliatoio. Buratti si rivela negli anni un giocatore che i ragazzi via via integrati in rosa desiderano imitare; egli stesso contribuisce a creare quel famoso clima familiare d’un tempo che poi è stato il segreto basilare di tanti successi.

Uomini di sicuro affidamento come lui, Mimmo Mecozzi, Alberto Astraceli, Biagio Dreossi, Rino Di Fraia…, disposti a sacrifici economici pur di non lasciare la maglia rossoblu, hanno rappresentato il vanto della società e di un’intera tifoseria. Di domenica in domenica Buratti non disdegna di buttare la palla in fondo al sacco mettendo a segno gol pesanti, nonostante il calcio praticato dalla Samb sia per forza di cose difensivista e obblighi tutti gli effettivi a ripiegare per dare una mano in difesa.

Alcuni suoi gol sono stati i “mattoni” di salvezze impensabili. Una rete spettacolare segnata in rovesciata al Brescia lo rende ancor oggi orgoglioso e rimane viva nella sua memoria perché la segna dopo essere stato punzecchiato da qualche tifoso… Angelo che ebbe solo “la colpa” di far visita a Beretta, il presidente del Brescia, presso l’hotel Jolly, prima della gara, per confermare le straordinarie referenze del nostro allenatore Eliani, in quel periodo corteggiato dalle “rondinelle”….

Per lui quel gol rappresenta l’ennesima prova di un comportamento che è sempre stato leale e fedele alla causa. Il pubblico sambenedettese degli anni ’50/’60 dal canto suo non dimenticherà mai lo storico gol del pareggio che Buratti segna al Torino dei vari Ferrini, Bonifaci, Bearzot... nella stagione 1959-60. Alcuni tifosi, allora ragazzini, ancora ricordano che si fece una gran festa a San Benedetto quando si apprese che avevamo pareggiato. La piccola e squattrinata Samb aveva fatto risultato al Filadelfia…fu come vincere un campionato!

In una recente intervista Buratti ricorda che nonostante la Samb si trovasse a ogni campionato obbligata a cedere i pezzi migliori per far cassa, una volta, nella stagione 1960-61, avrebbe potuto spiccare il grande salto verso la massima serie, grazie all’entusiasmo di un gruppo magnifico e agli insegnamenti dell’allenatore Alberto Eliani.

Purtroppo, e qui il suo ricordo è netto e preciso, quando si andava in trasferta, gli arbitri ci penalizzavano mettendo in atto ogni sorta di soprusi pur di evitare che la piccola Samb, già maldigerita in serie B, potesse sperare in una promozione. Solo quando si giocava in casa molti direttori di gara poi si ridimensionavano davanti alla rovente atmosfera del Ballarin… la fossa dei leoni!!

Gianluca Capecci

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